Edvard Munch, il grido di un’epoca inquieta, si percepisce visitando la mostra al Centro Candiani di Mestre. La sua arte nasce da un’esperienza profondamente personale ma riesce a superare la dimensione individuale per diventare universale, esprimendo emozioni intense come solitudine, angoscia e fragilità. I colori e le forme, sia nei dipinti sia nelle incisioni, rendono visibili sentimenti che spesso restano nascosti, trasformando la vulnerabilità in linguaggio artistico condiviso.


Munch attraverso la pittura ha trasformato la propria fragilità raccontando la sua vita sfortunata e segnata da lutti familiari in una forma di comunicazione autentica e potente, capace ancora oggi di coinvolgere emotivamente chi osserva.
Molto interessanti in esposizione le incisioni esposte realizzate dagli artisti contemporanei a Munch.

Max Klinger, due acqueforti
Una grande passione la sua per la stampa che è parte importante della sia ricerca artistica.
Sperimentò puntasecca, acquatinta, acquaforte, litografia e xilografia e utilizzó queste tecniche con la stessa carica emotiva con cui dipingeva, erano colorate e accese mentre quelle in bianco e nero creano immagini in netto contrasto fra loro.

Spesso per le sue xilografie particolarmente suggestive sfruttava le venature del legno come fossero parte integrante dell’opera. Segava i blocchi da incisione in piccoli pezzi di legno per poi inchiostrarli separatamente. Li riassemblava in fase di stampa e passandoli al torchio in un solo passaggio velocizzava le procedure. Anche le litografie erano molto colorate e accese come quella qui sotto stampata su pietra.

Tutte queste tecniche di stampa gli permisero di ripetere lo stesso soggetto più volte in numerose variazioni utilizzando colori diversi.
Mezzi espressivi questi che gli permisero anche di diffondere maggiormente la sua arte.
“Nella mia arte ho cercato di spiegare a me stesso la vita e il suo senso intendevo anche aiutare gli altri a chiarirsi la propria “
Munch era un uomo aperto e viaggiatore. Fu influenzato da importanti artisti europei contemporanei. Lasciò presto la Norvegia e portò con sé immagini e sensazioni dei miti scandinavi. Ricordava fiabe e mostri delle foreste silenziose. Evocò anche paesaggi desolati e dipinse figure tragiche e nevrotiche. Le sue figure erano cupe, immerse nella solitudine e nell’isolamento.
La malattia, la disperazione, sono temi ricorrenti tanto che rappresenta i volti come maschere
“Vedo tutti gli uomini dietro le loro maschere, volti sorridenti, quieti pallidi cadaveri che si affrettano frenetici lungo una strada tortuosa il cui termine la tomba” così scrive nei numeri scritti che ha lasciato.
Durante i suoi viaggi conobbe le avanguardie artistiche europee ma anche le usanze delle città dove c’era fermento contro ribellione morale borghese, contro le accademie e contro la pittura classica.
Il suo grido continuerà a risuonare, esprimendo la tragedia delle guerre e le distorsioni della natura umana. Durante il conflitto, infatti, la sua arte fu etichettata come “degenerata” dal regime e le sue opere furono rifiutate e censurate.
Nell’ultima sala della mostra, l’Urlo di Edvard Munch, inteso come grido di sopraffazione e strazio verso la vita, pur non essendo concretamente presente, viene evocato e ben rappresentato nelle opere dei maestri dell’arte moderna e contemporanea, capolavori appartenenti alle collezioni di Ca’ Pesaro.
Perciò la rivoluzione di Edvard Munch ci appare oggi profondamente personale e allo stesso tempo collettiva: una rivoluzione che nasce dall’idea di un’arte accessibile a tutti, capace non solo di educare, ma anche di assumere un ruolo attivo e consapevole all’interno della società, dando forma alle inquietudini e alla fragilità dell’esperienza umana.
“Munch. La rivoluzione espressionista” presso il Centro Candiani di Mestre è visitabile fino al primo marzo 2026
