Per parlare delle donne

Oggi prendo spunto da un articolo che ho letto su Cosebelle, un magazine che si definisce femminile, indipendente, brillante e naturalmente scritto da donne!
Il post parla del progetto Senza rossetto, un podcast radiofonico che racconta della figura della donna ieri e oggi. È nato lo scorso anno in occasione del 70esimo anniversario dal primo voto politico delle donne italiane.
I temi trattati parlano degli schemi che la società assegna all’universo femminile.
Le scrittrici contemporanee raccontano gli stereotipi e luoghi comuni ancora presenti nella nostra società.
Quando ho letto l’articolo ho pensato a quello che Chiara Salandin, mia amica da molti anni, ha scritto su di me.
Il suo è comunque un racconto, una storia al femminile, fatta di pennellate di colore con qualche punto di rosso che a volte è rossetto, a volte fard, a volte un segno indelebile che resta nella vita.
Colgo l’occasione per raccontarvi qualcosa che per me non è facile.
Chiara ci è riuscita e mi riconosco in quello che ha scritto ma penso che ci si possano riconoscere anche altre donne.
“Gli occhi di lei,mia docile donna, hanno grazia e bellezza indicibili, eppure sembrano inquieti…quasi gli mancasse il piacere di ammirarsi l’un l’altro…”

è la frase tratta da una poesia che Chiara ha scelto per rappresentare le “mie”donne, le donne che disegno, le donne che immagino.

Così scrive:

-La tecnica prescelta da Anna Bello è stata, per molto tempo, quella dell’incisione: tecnica complessa, che richiede molto lavoro e molta precisione. Nell’ultimo periodo l’artista ha compreso che la tecnica dell’incisione la obbliga alla lentezza, ma soprattutto ad una mancanza di immediatezza che impedisce la spontaneità del gesto. Si è così avvicinata alla matita, alla china, all’acquarello e successivamente all’acrilico ed al collage. Il collage sta nella base, color carta da pacchi: il quadro, poi, non ha bisogno di cornice: è materico, si avvicina ad un lavoro di tipo plastico.
L’artista ha trovato il coraggio di uscire dai formati standard sia dei fogli che delle incisioni, assecondando il bisogno di spaziare.
Si tratta di un’operazione che potremmo definire simile a quella del ri-marginare, nei molti sensi che porta con sé questa bellissima parola: da “ricongiungere i margini di una ferita” al “dare nuovi limiti”, ri-perimetrare, modificare la forma, quasi, possiamo azzardare, far apparire nuovi orizzonti.
Togliere la cornice pare essere, per l’artista, un atto che precede o che fonda delle trasformazioni che possono risultare vitali e vivificanti. Ri-marginare i propri lavori è dunque pensabile come un ri-collocarsi. Dunque l’artista sembra vivere la fine di una crisi, grazie alla quale è stata portata fuori dall’orbita familiare, acquistando via via spessore e forza nella propria, singolare identità.
Le donne che Anna rappresenta non sono belle, ma orgogliose di essere normali, umane: il loro leggero strabismo colpisce subito lo sguardo, per un effetto voluto, che rende l’espressione ambigua e sfuggente. Queste donne osservano il mondo, ma guardano anche dentro di sé.
L’artista ci parla attraverso la figura femminile; sul volto della donna appaiono, di volta in volta, una macchia rossa, un graffio, una ferita, una cicatrice, a volte un’ombra. Le cicatrici della vita lasciano le loro tracce sul volto delle donne.
Anna Bello usa mescolare carta e i materiali consunti, quali un libro corroso, un pizzo del corredo di famiglia, per dargli una nuova vita. In questa scelta si possono intravvedere il bisogno di non sentirsi costretta dalla misura delle incisioni e l’urgenza di criticare la invadente standardizzazione delle possibilità espressive: l’artista lavora, quindi, contro la contemporanea disumanizzazione nelle rappresentazioni e nelle relazioni.
E’ molto poetica questa scelta estetica della disarmonia e dell’imperfezione: in questo sentiamo parlare della vita, con i colori del bianco e del nero, uniti ad una punta di rosso, un’eco dello stile calligrafico giapponese.
Sono donne diffidenti verso la figura maschile ed esprimono la disillusione, una fuga dallo stucchevole apparato romantico, alla ricerca di legami né spaventosi né prevaricanti.
L’artista, inoltre, sembra chiedersi se si può fluire dall’alveo familiare, lasciando la matrice senza perdere la spiritualità ereditata: nei suoi lavori si intrecciano la storia personale ed i mutamenti culturali, che la forzano a creare.
L’artista, soprattutto quello contemporaneo, è anche artigiano, fine esecutore, che con cura instancabile studia, elabora e rielabora, in solitudine. C’è in questa ricerca continua e caparbia l’acuirsi della individuazione, un desiderio profondo di spogliarsi delle identificazioni posticce per raggiungere il nucleo di sé.
Le donne malinconiche di Anna Bello ci parlano di ciò che accade nell’intimo di tutte le donne, in cui si sovrappongono la delusione, il desiderio di trovare una via di fuga, una velata rassegnazione insieme ad una ostinata testimonianza di forza.
Che cosa ha ferito le donne di Anna? I lavori di Anna Bello ci interrogano sulla malinconia e sulla bellezza dell’essenziale sincerità: benché agghindate, le donne di Anna sono nude, anime esposte con coraggio, che sembrano, però, attendere consolazione. In questa sete silenziosa si può trovare l’incontro tra l’artista ed il mondo.-

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Ciao sono Anna Bello, amo la creatività e la carta in tutte le sue forme. Mi piace l'arte, il cibo, viaggiare, la fotografia e l'arredamento... - Continua -